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Meuci e il telefono
Meucci e il telefono
di F. Bartorelli

L'operaio fiorentino Antonio Meucci, emigrato in America, Impiantò a New York una modesta fabbrica di candele. Per arrotondare i suoi magri guadagni, la sera lavorava dietro le quinte di un teatro a manovrare gli scenari.
In questo lavoro gli era necessario far giungere la sua voce a distanza e, per essere inteso dagli operai addetti ai vari settori del vasto palcoscenico, usava il megafono.
Ma una sera gli nacque l'idea di trasmettere la voce attraverso un filo, per mezzo della corrente elettrica.
Di furia, in tutte le ore libere, egli ideò, poi disegnò quindi costruì il primo apparecchio telefonico. Proprio in quel tempo, nell'anno 1850, Garibaldi esulò dall'Italia e venne accolto nella casa di Meucci a New York.
Per guadagnarsi da vivere Garibaldi fece l'artigiano fabbricante di candele e non  mancava di confortare l'amico e di indurlo a brevettare i disegni e l'apparecchio.
Non avendo il denaro per ottenere il brevetto, Meucci consegnò, nel 1864, i disegni a un industriale americano affinché producesse nella sua officina gli apparecchi telefonici.
Ma l'industriale finì con lo smarrire i disegni e l'invenzione non fu mai realizzata neanche allora.
Dopo pochi anni, era il 1870, Meucci venne a sapere che l'americano Graham Bell aveva brevettato come suo, il telefono.
Immediatamente protestò in tribunale presentando anche una lettera che Garibaldi gli aveva spedito da Caprera nella quale testimoniava di aver visto, fin dall'anno 1850, i disegni e l'apparecchio telefonico dell'amico Meucci.
Il tribunale americano riconobbe che il Meucci era il vero inventore del telefono e rilasciò a lui il brevetto, ma era troppo tardi! Vecchio e malato Antonio Meucci non seppe sfruttare la sua invenzione e morì povero e quasi sconosciuto.

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