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 Emigranti, racconti sugli emigrantiRacconto di Pietro Di Donato sugli emigranti
La prima giornata di lavoro del piccolo emigrato

Paolino arrivò primo al lavoro. Studiò la facciata, osservò le impalcature, passò la mano sui mattoni e sulle pietre del muro. Severo era il job nel suo odore fresco e pungente di calce, legna spaccata, vernice e rugiada.
Nel mattino rigido il sole s'alzava in una gloria di toni fulvi che promettevano una calda giornata di lavoro. Santo, il manovale, aprì il ripostiglio degli attrezzi, si levò il giacchettone di pelle, rimboccò le maniche fin sopra i gomiti e preparò il necessario per la calce.
« Mattinieri siamo, eh, mastro Paoli? disse e tirò fuori dal ripostiglio i tubi dell'acqua, la pala, la marra, la carriola. Aggiustandosi i risvolti delle maniche studiò il sole.
« Oggi farà caldo. Non levarti troppa roba di dosso; i primi caldi portano la polmonite.
Poi, come uno che ha un'eternità di strada da percorrere e se la prende calma, tirò fuori adagio, l'uno dopo l'altro, i sacchi di cemento e li pose ritti presso il recinto della calce.
Gli uomini arrivvano e Paolino era pronto con la mestola.
Il fischio scatenò il concerto delle mestole sonanti, raspanti, picchiettanti sui mattoni.
Giuseppe Febbregialla, uno della corporazione, piccolo, itterico, dalle mascelle quadrate, chiamò Paolino. « Neh, Filippo, chiammo a te!
Paolino accorse e l'altro gli mostrò come doveva riempiere di calce e mattoni gli interstizi tra le stecche parallele che poggiavano sul piano di cemento.
Quando Paolino gli disse che il suo nome era Paolo, Febbregialla fece: « Va buo'.
Filippo, tira avanti!
E Paolino lavorò per ore, solo, in ginocchio, chino sulle stecche.
Ogni volta che piegava la schiena, sentiva una fitta acuta ai lombi.
Il manico della mestola cominciò a sembrargli di pietra, la polvere di mattone gli escoriava le dita, la calce viva gli scottava le mani.
S'alzava, di quando in quando, in piedi per distendere i muscoli della schiena e, una volta, alzandosi, posò il piede su stecche malferme, scivolò e cadde, battendo l'inguine su una pietra aguzza.
Il dolore gli mozzò il fiato e gli riempì di lacrime gli occhi.
Dio che male, ma non voglio che nessuno se ne accorga, devo lavorare, si disse.
Si morse la lingua e si rimise in piedi e si sentiva gonfiar l'inguine che gli dava fitte insopportabili. Appoggiò una mano in terra e lavorò con l'altra sola.
Per posare un mattone deponeva la mestola, e se doveva rompere un mattone in due per riempire un mezzo vuoto, doveva ogni volta sedersi sui talloni.
Tra le lacrime cocenti vedeva male, e una volta, rompendo un mattone, si picchiò sul pollice, e il dolore fu tale che si portò il pollice alla bocca per non gridare, per non piangere.
Dio mio, non è niente, niente, devo finire questo lavoro.
Il pollice pulsava forte, si gonfiava, diventava livido, ma lui non voleva mollare; il dolore lo eccitava.
Quando fischiò l'ora del rancio i ginocchi raggranchiti non furono in grado, lì per lì. di sollevarlo in piedi.

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