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La mattina, molto presto, verso le cinque, mia madre si alza.
D'inverno c'è buio e in casa fa ancora freddo. Il riscaldamento comincia più tardi.
Io naturalmente sto ancora dormendo con i miei due fratelli, però qualche volta, se sto poco bene o non ho più sonno, sento tutto.
Mia madre chiama mio padre che si alza quasi subito, e sbadiglia.
Qualche volta prendono un caffè e mio padre, dopo esser stato in bagno, va in cucina e fa colazione.
Mio padre esce di casa verso le cinque e mezzo. Siccome soffre di colite, quando ha male, mia madre gli prepara il pranzo che è poi riso in bianco e robiolina e un thermos pieno di thè caldo con molto limone.
Dunque esce di casa; lo sento di sotto, passare nel cortile, perché le sue scarpe fanno scricchiolare la neve.
Alla stazione del paese di periferia sono in tanti, bevono un caffè o un grappino e parlano tra di loro: chi della famiglia, chi passa - di noi ragazzi (sono come le donne!), chi di sport.
Prendono poi d'assalto il treno; chi riesce a occupare un posto, potrà dormire fino alla città: di solito i più svelti sono i più giovani. Ci sono anche molte donne e alcune studentesse; mio padre dice che ce n'era una che le prime volte studiava, in treno, ma adesso compera giornali femminili e fuma.
Ad ogni piccola stazione è lo stesso assalto al treno, però i posti a sedere sono diminuiti o non ci sono più del tutto.
Ogni tanto scoppia un litigio e si sente urlare.
Alle sette il treno arriva alla stazione della città. Tutti corrono agli autobus.
La parte più brutta del viaggio del pendolare è questa, perché gli autisti guidano male. Spesso frenano bruscamente o sterzano troppo stretto e si vola addosso ai vicini, che ti guardano con ira: meno male che devono usare le mani per tenersi su! Finalmente si arriva in fabbrica. .
La sera al ritorno è tutto uguale; si comincia dall'autobus, poi il treno, poi la strada a piedi o in bicicletta.
