Racconto di Vincenzo Cardarelli
Venezia: una città da fiaba
La prima volta che si vede Venezia si ha l'impressione di trovarsi in una città del retroterra, che abbia sofferto un'inondazione. I pali del telegrafo, che corrono bellamente sulla laguna, le isole che ne emergono qua e là, con gli alberi e i caseggiati, come da una pianura allagata, quella barca comunale su cui arranca un vigile urbano in tenuta estiva, lungo il Canal Grande, la quale par proprio una barca di salvataggio, tutto concorre a favorire l'inganno.
Per un momento siamo tratti a considerare lo spettacolo che dà Venezia come qualche cosa d'immensamente provvisorio e bellissimo. Illusi dalle apparenze ci perdiamo a seguire con gli occhi e con la fantasia, in tutta la sua estensione, il flagello che ha colpito questa città, seppellendola per metà nelle acque, invadendo tutte le sue vie e viuzze, i suoi negozi e le sue cantine. Ma una gondola che spunta ad un tratto, sull'angolo d'un palazzo del Canal Grande, ci ricorda che siamo a Venezia.
Quello che ammiriamo non è l'effetto d'un cataclisma8, bensì opera dell'uomo, capolavoro d'una razza ingegnosa e paziente, che costruì una città in mezzo all'acqua, per ragioni difensive, beninteso, ma soprattutto, io credo, per essersi innamorato di quest'idea, per fare una cosa inaudita e mai vista: Venezia. Dove, a dire il vero, non si ha più il senso di quel che sia la terra, la buona terra fangosa e fruttifera Il, che infarina gli abiti e ci fa ombra coi suoi alberi, la terra moderatrice di venti con le sue colline, teneramente sospirosa nelle notti di luna, popolata di effluvi, di voci e di canti. A questi due elementi si riduce la vita di una çittà che fu così potente nel mondo ed è tuttora così bella.
Nei giorni di caligo le campane sparse in mezzo all'acqua, suonando tutte insieme, ininterrottamente, come quelle d'un armento perduto fra i boschi, segnano la rotta al battello del Lido, ai bastimenti, ai bragozzi che
navigano a tentoni 19 verso il mare aperto. E nulla è più dolce, più veramente veneziano, di queste invisibili campane annunziatrici del pericolo e del maltempo.
Così i Veneziani, gente ritiratissima, giunsero al mare e da una situazione originariamente appartata e difensiva nacque la loro potenza.
Fu allora che Venezia si rivestì di marmi, si adornò di statue, di colonne, di palazzi sfolgoranti. Le più preziose spoglie di Bisanzio concorsero ad abbellirla. Ma ciò che meraviglia maggiormente, in una città fabbricata nelle condizioni di suolo e d'ambiente che tutti sanno, selvosa e fragile come un canneto, sono certi edifici monumentali, talmente alti e massicci che noi tremiamo guardandoli, come se dovessero franare sotto i nostri occhi.
Non è la terra che sorregge Venezia, è la tenace volontà, l'ardimento, l'affettuosa ostinazione di coloro che la costruiscono, con una scienza molto simile a quella che si richiede per costruire una nave. E noi la vediamo galleggiare a somiglianza d'un capriccioso fiore marino.
Ci sono momenti che Venezia fa acqua da tutte le parti e se la barca dell'Evangelista non affonda, in quelle occasioni, è soltanto perché si tratta di una barca apostolica. Alludo ai repentini allagamenti che si producono dal di dentro, attraverso i pori della città, quasi per un fenomeno di trasudamento. Possibili in tutte le stagioni, sono più frequenti d'inverno, quando i pompieri stanno sempre all'erta per fronteggiare i disastri che possono avvenire ad ogni istante. Disastri, per così dire, famigliari, a cui i Veneziani, abituati ai perigliosi traghetti del Canalazzo, nelle seratacce di piova o di bora, usi a darsi una buona notte abbreviata e spicciativa da un ponte all'altro «<bona, bona», come sotto l'urgenza del fortunale, si dimostrano preparatissimi.
Che curioso spettacolo, allora, veder la gente andare in sandolo per piazza San Marco! Quale allegro senso di pericolo scampato ci dà, in certe mattine, sboccando in piazza delle Mercerie, la presenza del ponte di legno sospeso fra le Procuratie nuove e le vecchie, a inondazione finita! Com'è divertente, in sostanza, vivere in una città così fluida, così immersa nell'acqua, che perfino le donne veneziane fanno l'impressione di essere un po' acquose. È acquosa e lattea la luna, a Venezia.
Mi recai a Venezia, in un'estate, per trascorrervi un paio di giorni. Ci rimasi tre anni.
Il clima della laguna, un po' lurido in estate, si fa improvvisamente lieve e puro d'autunno, quando Venezia è tutta lagunare, cioè priva di ogni inquietudine marina, e rivela il suo vero carattere di città nordica e fiabesca,
L'estate se ne va bruscamente, senza lasciare strascichi di sorta. Cola a picco nei canali come una vecchia gondola logora. E ci si accorge del suo passaggio dal diradarsi dei forestieri che, in numero sempre più esiguo, occupano i tavoli dei caffè di piazza San Marco, allineati fuori delle Procuratie. In quelle file gloriose, riempite fino a ieri da un pubblico dorato e fittizio, si sono fatti a un tratto dei vuoti melanconicissimi.
Ormai le poche persone che vi si attardano verso sera non sono più neppure forestieri smarriti, ma clienti abituali, tipi del luogo, che si confusero, nei mesi estivi, con la grossa ondata turistica, per poi rimanere scoperti sulla gran piazza come gusci di riccio e ossa di seppia sulla spiaggia,
Sembra che stiano lì a fare i conti della stagione, a raccogliere i pettegolezzi,oppure a gustarne, secondo gli umori e le abitudini, l'ultimo sorso . Presto
verrà il tempo che l'agorà sontuosa, paradiso dei visitatori estivi e balneari, non sarà più, nelle parti soleggiate, che un «campo» qualsiasi, ad uso delle balie e dei bambini. Intanto l'autunno veneziano s'accompagna a questo vasto senso di esodo e di solitudine inattesa. I crepuscoli scendono rapidi, soverchiamente bruni; sicché si direbbe che la città prenda il lutto, per là. partenza dei forestieri, se non fosse che proprio allora si manifesta la sua vera vita.
Ed ecco di sera piazza San Marco, per tre quarti deserta, umidiccia, severamente illuminata come un androne di casa patrizia, mentre, dal lato delle Procuratie vecchie, s'infittiscono ridenti le luci da palcoscenico delle antiche botteghe e ferve il passeggio obbligato lungo il Liston, con quei rumori d'acqua che fanno i piedi, strusciando, e il brusio delle ciacole.
Discosto, in ombra, San Marco non ha che un lumino votivo. Il Palazzo Ducale e la Piazzetta rientrano, per così dire, nella notte dei tempi.
Venezia è tra le città italiane una delle più conosciute e amate del mondo; è sempre stata meta di turisti, spesso anche eccellenti, oggi come nel passato. Gli scrittori e i poeti, italiani e stranieri, che l'hanno visitata sono rimasti affascinati dall'atmosfera magica che vi si respira: le trasparenze di acqua e cielo; il dondolio leggero delle gondole; lo scintillio dei mosaici; il ricamo dei marmi dei grandi palazzi che costeggiano la laguna. Questa è Venezia e al suo fascino, ovunque esso si annidi, non è sfuggito il poeta Vincenzo Cardarelli, che in questa pagina ci ha regalato una delicata descrizione, sospesa tra prosa e poesia.
(da Il cielo sulle città )
