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chioccia
Poesia di Giovanni Cena

La chioccia

La chioccia empiea di gridi la radura,
ché  aveva scorto la vivanda ghiotta,
e i pulcini correan avidi, in frotta,
quand'ella vide in ciel la macchia scura.

Grifagno roteò su la pastura
il falco, e scese, Tali chiuse, a rotta;
ella aspettò, stridendo, irta,  la lotta,
sopra i pulcini muti di paura.

O ire generose!  Ma ghermita
rapidamente dentro l'unghie ladre
ascende nel tranquillo azzurro e spare.
Guardano in alto le pupille ignare.
Ed io che vidi ho l'anima smarrita,
e, ricordando,  gemo: Madre. madre!

Una chioccia chiama a raccolta i pulcini con voce festosa e li guida verso una ghiotta « vivanda». Ma un falco piomba, come un fulmme e rapisce la povera bestia con le penne invano irte alla difesa. Così la morte con la stessa spietata ferocia ghermì la madre del poeta, quand'era bambino. Ma in lui è rimasta una profonda impressione e un dolore sempre vivo per quella perdita precoce, ed egli, al ricordo di quel tragico istante, si sente preso quasi da un fremito e non può trattenere un grido che è singhiozzo e invocazione, nostalgia e preghiera: Madre, madre!
Vibrano nei versi una profonda commozione e una nota di patetica pietà.
L'amore per la madre perduta e il dolore sempre vivo per quella sciagura non si placano nell'ebbrezza del canto, ma suscitano nell'animo del Cena le stesse dolorose impressioni del drammatico istante di quella scomparsa.
Il sonetto ha anche una sua grazia espressiva che s'effonde nella rapidità dei versi, intesi quasi ad imitare il fulmine o volo del falco, e nello sconsolato grido finale, esploso dalle più intime fibre dell'animo colpito.

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