La bandiera per la Repubblica: bianco, rosso, verde.
Bologna, Reggio, Modena e Ferrara, forti della protezione di Napoleone, sono insorte.
Nel dicembre del 1796, i rappresentanti delle quattro città si riuniscono a Reggio Emilia e proclamano la Repubblica Cispadana.
Per la prima volta, popolazioni di città diverse sentono di appartenere alla stessa terra, di essere italiane e di avere comuni interessi, per la difesa dei quali giurano di essere pronte a morire.
Il 7 gennaio del 1797, Giuseppe Compagnoni, di Lugo di Romagna, propone di adottare, come bandiera della Repubblica, il vessillo tricolore bianco, rosso, verde, che trae origine dalla bandiera rivoluzionaria francese.
Il tricolore, abolito dopo la caduta del Regno d'Italia (1814) riapparirà per guidare i moti rivoluzionari del '21 e del '31.
Carlo Alberto, nel 1848, lo adotterà, aggiungendo nel mezzo della striscia bianca, lo stemma di Casa Savoia, stemma che rimarrà fino al 1946, anno della proclamazione della Repubblica Italiana.
Nel centenario della nascita del Tricolore, precisamente il 7 gennaio 1897, Giosuè Carducci nel Palazzo del Comune di Reggio Emilia (sala detta del «Tricolore») pronunciò un discorso commemorativo, di cui si trascrive un brano:
...Sii benedetta! Benedetta nella immacolata origine, benedetta nella via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli!
Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo: ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani.
E subito quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle virtù onde la Patria sta e si augusta: il bianco, la fede serena alle idee che fanno divina l'anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù dei poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi. E subito il popolo cantò alla sua bandiera ch'ella era la più bella di tutte e che sempre voleva lei e con lei la libertà.
Noi che l'adorammo ascendente in Campidoglio, noi negli anni della fanciullezza avevamo imparato ad amarla e ad aspettarla dai grandi cuori degli avi e dei padri che ci narravano le cose oscure ed alte preparate, tentate, patite, su le quali tu splendevi in idea, più che speranza, più che promessa, come una aureola di cielo a' morienti e a' morituri, o santo Tricolore.
E quando tu in effetto ricomparisti a balenare sulla tempesta del portentoso Quarantotto, i nostri cuori alla tua vista balzarono di vita novella: ti riconoscemmo: eri l'iride mandata da Dio a segnare la sua pace col popolo che discendeva da Roma, a segnare la fine del lungo obbrobrio e del triste servaggio d'Italia.
Ora la generazione che sta per isparire dal combattuto e trionfato campo del Risorgimento, la generazione che fece l'Unità, te o sacro segno di gloria, o bandiera di Mazzini, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele, te commette alla generazione che l'unità deve compiere, che dee coronare d'idee e di forza la Patria risorta.
O giovani, contemplaste mai con la visione dell'anima questa bandiera, quando ella dal Campidoglio riguarda i Colli e il piano fatale onde Roma discese e lanciossi alla vittoria e all'incivilimento del mondo?
O quando dalle antenne di S. Marco spazia su 'l mare che fu nostro e par che spii nell'oriente i regni della commerciante e guerreggiante Venezia?
O quando dal Palazzo dei Priori saluta i clivi a cui Dante saliva poetando, da cui Michelangelo scendeva creando, su cui Galileo sancì la conquista dei cieli?
Se una favilla vi resti ancora nel sangue dei vostri padri del Quarantotto e del Sessanta, non vi pare che su i monumenti della gloria vetusta questo vessillo della Patria esulti più bello e diffonda più lieto i colori della sua gioventù?
