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Tre poesie alla mia balia 

di Umberto Saba 

Mia figlia
·mi tiene il braccio intorno al collo, ignudo;
·ed io alla sua carezza m' addormento.

Divento
legno in mare caduto che sull'onda
·galleggia. E dove alla vicina sponda
·anelo, il flutto mi porta lontano.
·Oh, come sento che lottare è vano!
·Oh, come in petto per dolcezza il cuore
·vien meno!
···
Al seno
·approdo di colei che Berto ancora
·mi chiama, al primo, all'amoroso seno,
·ai verdi paradisi dell'infanzia
·

Insonne
mi levo all'alba. Che farà la mia
·vecchia nutrice? Posso forse ancora
·là ritrovarla, nel suo negozietto?
·Come vive, se vive? E a lei m'affretto,
·pure una volta, con il cuore ansante.
·Eccola : è viva; in piedi dopo tante
·vicende e tante stagioni. Un sorriso
·illumina, a vedermi, il volto ancora
·bello per me, misterioso. E' l'ora
·a lei d'aprire. Ad aiutarla accorso
·scalzo fanciullo, del nativo colle tutto
·improntato, la persona china
·leggera, ed alza la saracinesca.
·Nella rosata in cielo e in terra fresca
·mattina io ben la ritrovavo. E sono
·a lei d'allora. Quel fanciullo io sono
·che a lei spontaneo soccorreva; immagine
·di me, d' uno di me perduto...
·

Un grido
s'alza il bimbo sulle scale. E piange
·anche la donna che va via. Si frange
·per sempre un cuore in quel momento.
·
Adesso
·sono passati quarant'anni.
·Il bimbo
·è un uomo adesso, quasi un vecchio, esperto
·di molti beni e molti mali.
E' Umberto·Saba quel bimbo.
E va, di pace in cerca,
·a conversare colla sua nutrice;
·che anch'ella fu di lasciarlo infelice,
·non volontaria lo lasciava. Il mondo
·fu a lui sospetto d' allora, fu sempre
·(o tale almeno gli parve) nemico.
·Appeso al muro è un orologio antico
·così che manda un suono quasi morto.
·Lo regolava nel tempo felice
·il dolce balio; è un caro a lui conforto
·regolarlo in suo luogo. Anche gli piace
·a sera accendere il lume, restare
·da lei gli piace, fin ch'ella gli dice:
·
"E' tardi. Torna da tua moglie, Berto".

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