
La più strana avventura di Marco Polo
Non si sa come, ma certo per opera di un mago burlone, Marco Polo è entrato in una delle nostre grandi banche. All'ingresso, da una parte e dall'altra della gran porta, egli aveva letto, fra alcune scritte di cui non aveva afferrato il senso, la parola cambio. E per l'appunto, egli aveva un sacchettino di bisanti d'oro, che nessuno aveva voluto prendergli, dicendo che ormai erano fuori corso.
Ora quella parola gli aveva fatto sorgere !a speranza che qualcuno avesse lì dentro una tavola dove gli sarebbe stato facile cambiare i bisanti in tornesi d'argento e, magari, in torneselli piccoli.
Egli è dunque entrato nel gran salone, così lucido di marmi e vetri che gli par d'essere nel palazzo del Gran Cane. Ma invece della tavola con dietro uno di quei vecchietti che ai suoi tempi cambiavan monete, egli vede una lunga fila di sportelli, da ciascuno dei quali fa capolino ogni tanto uno strano uomo,
che parla o scrive o conta fogli di carta colorata.
Cerca di raccapezzarsi attraverso le scritte che figurano su ogni sportello, ma la sua mente continua a smarrirsi: buoni fruttiferi, conti correnti, contabilità, assegni circolari, vaglia bancari, effetti all'incasso, tutte parole che gli mettono addosso una gran voglia di ridere, ma anche un gran desiderio di sapere in che nuova terra egli sia caduto e che cosa si vende in quella strana casa di marmi e di vetri. Perché, ogni tanto, di qui e di lì, gli giunge all'orecchio il tintinnio di qualche moneta, ed egli sa bene che dove la moneta fe. sentire la sua voce, è segno che si vende o si compra qualcosa.
Finalmente decide di avvicinarsi ad uno sportello. Non saranno certo peggiori dei Tartari quegli uomini ritti in fila indiana: e poi non hanno armi in mano, ma semplici pezzi di carta.
Egli va diritto verso l'uomo dello sportello che scrive e non si cura di lui. Ma gli uomini che attendono, lo guardano minacciosamente e gli gridano: In coda! ».
Saranno Tartari per davvero » pensa Marco; e, a buon conto, si tira in disparte e sta ad osservare.
Quegli irascibili Tartari, uno dopo l'altro, danno la loro carta all'uomo, dello sportello, che ci fa su dei ghirigori, o vi picchia con dei timbri, e poi vanno a piantarsi davanti ad altri sportelli, dove, a turno, ricevono dei fogli di carta variopinti e alcune monete e, spesso, consegnano monete e fogli e vanno via
con un solo pezzo di carta che ripongono accuratamente in saccoccia.
Che curioso traffico è mai questo?» bisbiglia Marco. Sono dunque mercanti di carta costoro?
E si awia all'uscita: ma ecco che il suo sguardo cade su un uomo seduto dietro una tavola.
Ha sulle vesti grandi bottoni d'oro e galloni d'oro sul berretto. Finalmente Marco ha trovato il cambiavalute che cercava; e versa sulla tavola il contenuto del suo sacchetto.
Me li cambiate?
L'uomo dai bottoni d'oro prende una moneta, la guarda, poi la rimette nel mucchietto.
Sportello numero 9. Ultimo a destra.
E Marco vi si dirige. Ma in quel momento il mago burlone pensa a trarlo d'impaccio e gli sussurra all'orecchio: Non ci andare, Marco. Allo sportello numero 9 non potranno darti tornesi d'argento.
Lì comprano oro in frantumi, oggetti e monete e se tu vuoi disfarti dei tuoi bisanti, ti daranno dei fogli variopinti come quelli che ha visti poc'anzi. Questa non è la tavola di un cambiavalute, Marco; questa è una banca.
Ho capito: se prendono oro e danno carta questa è la tavola del Gran Cane.
No, ti dirò io che cosa è questa; vieni.
E l'invisibile mago burlone accompagna Marco di sportello in sportello e qui gli mostra un biglietto di banca e gli spiega che cosa sia un conto corrente e altrove lo fa assistere all'emissione di un assegno che può equivalere, così piccolo e sottile, a dieci, a cento, a mille biglietti di banca e persino a un intero sacchetto di monete d'oro, che ormai non è più necessario portarsi dietro, perché quel pezzetto di carta serve appunto per tirar fuori nuovamente e da qualsiasi banca del mondo, biglietti di banca e monete d'ogni specie.
Marco segue avidamente le spiegazioni del mago e parla e gesticola, e qualche volta ridacchia e spalanca gIi occhi per la meraviglia, fra lo stupore della gente che lo osserva incuriosita.
E' una maschera in anticipo dice uno. E' un antiquario a corto di vestiti dice qualche altro. E' un pazzo tranquillo» assicura un terzo. Infine, si può sapere chi siete?» interviene l'usciere, quello dai bottoni d'oro. Sono Marco Polo.
Fortunatissimo» dice l'usciere che sa che i pazzi non bisogna contraddirli. lo sono Cristoforo Colombo; volete venire con me? E si avvicina cautamente per afferrarlo.
Ma il nostro Marco, che non ha mai sentito parlare di Cristoforo Colombo, gli volta le spalle e si avvia sdegnoso verso l'uscita, ove, finalmente, il mago burlone, rotto l'incantesimo, lo riassorbe nell'eternità dei secoli.
