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Poesia di Giorgio Barberi Squarotti
La pastora

Una pastora giovane: nel prato
scosceso, al centro, con la verga in pugno,
e tutti, in giro, gli animali.
Pecore, capre, giovenche candide e pezzate?


No: porci e scrofe, ed è ella succinta
per non lordarsi in tanto brago e puzza,
ed è pure costretta a intervenire
spesso fra strilli e grugniti a dividere,
a sospingere via i più riottosi,
a costringerli infine a incolonnarsi
verso la conca d'acqua fonda, buia,
per poi entrare mondi nello stabbio.

  Era la povertà a farle fare
quell'infame lavoro? Carestia
nel suo paese dell'Oriente o guerre
con i guerrieri che, negli armistizi,
con lacci, funi e gabbie vanno in; scuole
o per boschi alla caccia di ragazze
vergini per portarle nei teatri
a farle danzare nude davanti
ai turisti e, poi, quando sono esauste,
frustarle ancora per domarle e in templi
e bar infine consumarle, e questa
fosse qui la meno aspra di speranza?

E se l'unica fosse che volesse
tentare ancora la trasformazione
opposta a quella che la dea o l'angelo
che fu di luce fece, e prima o poi
le bestie immonde uscissero dall'acqua
lentamente assumendo volti,
voci pur rauche e errate, mani tese?

Stava seduta sulla panca, dopo
aver chiuso la porta, stanca. Aveva
accanto pane, un pezzo di formaggio,
un bicchiere di vino. Contemplava
il tramonto scarlatto di framezzo
gli elci, le querce fruttifere, i pini.
Domani si sveglierà presto, e l'alba
pazientemente interrogherà mentre
si verserà la grande tazza colma di latte.

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