ANTIGONE
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Son putridi, non più dei corvi pasto
di Polinice i miserevol resti,
che ammorban l'aria d'alito nefasto.
ma muti i Tebani son a ubbidiscon mesti
all'ordine del re Creonte severo
Che alcuna pietà vuole che si presti
A quel che fece quel duello fiero
Contro Eteocle, e intoccati i resti,
ché morte si dieder l’un l’altro col ferro;
ma Antigone ne soffre e l’abbandono
Del fratello in tal stato più non regge
E chiede per il misero perdono
Ch'è suo fratel, benché la dura legge
Di Creonte sancisca morte certa
a chi osi far un tumulo che' l protegge.
Lei è ostinata e n'ha l'anima sofferta
di vedere il corpo al sole martoriato,
pasto di corvi e cani in terra aperta.
e alla sorella Ismene l'ha confidato,
E chiede il suo aiuto per questa fatica,
Ma non è d'accordo ché ha decretato
la morte re Creonte a chi lo sfida.
Ma invano chè Antigone non sente
le ragioni di Ismene che se la sbriga
Quindi la salma tumula prudente
al buio pesto senza luna con le stelle
non vista d’alcuno, a luci spente .
Così si placa e l'orgoglio va alle stelle
E d'ardire si rempie il fiero cuore
Pe’l fatto, di cui van leste novelle.
Di rabbia avvampa Creonte e di stupore
Per l’affronto di chi contr’al suo imperio
Ha fatto quel che pur facea orrore,
E minaccia di fare un putiferio
Contro chi ha oltraggiato il suo decoro
Che però or move Tebe al vituperio.
Chi l'ha osato? E' scoperto da coloro
Posti ad evitar lo scorno sofferto:
E’ Antigone ch’al corpo dié ristoro!
Allor portano Antigone ove certo
Creonte ne pronuncierà la condanna;
Ma Ismene pur n'ha colpa, ch’è scoperto,
Pur il suo aiuto e or pur lei s’affanna
Ché la mannaia appare minacciosa
Sul suo capo che or val men d’una spanna.
Ma Antigone è di Emon promessa sposa,
Il figlio di Creonte che l’ama tanto,
E come condannar lei, per cosa,
Se tutta Tebe è affranta e in pianto
é per la sorte e in duol pe' l’infelice,
rea d’aver fatto un tumulo soltanto
al corpo del fratel che ‘l popol dice
strappato per pietà ai denti dei cani,
ché Dike sì ha voluto, e pur lo dice,
Tiresia che ne svela i segni arcani
dei corvi che han smesso di gracchiare,
nel fare scempio di quei resti umani,
E rimbombi s'odono tra le vuote are,
c'è ai colpi dei becchi come per sfogo.
E Tiresia dice ch'è giusto tumulare !
E di bruciar tutto col fuoco sacro,
Quei resti putridi che appestan tutto,
e si liberi Antigone se il giogo,
del fato non ebbe a subir e pur il lutto,
perché Emon è corso pien di rabbia,
a ricercar l’amata dappertutto.
Lei è reclusa in una segreta gabbia,
condannata dal re a morir di fame.
Creonte infin corre, chè danno non abbia,
ancor più triste ed una morte infame
Debba subir a cagion della sua legge.
Furon lesti a bruciare col legname
I resti di· Polinice che fu rege
e così ebbe fine la sua insolenza,
Dell'ordir come nemico per tornar rege.
E Creonte s'affretta nella speranza
Di trovarla ancor viva ma i lamenti,
Sente d’Emone che piange nella stanza
con lei appesa a un laccio. Che tormenti!
Disperato geme e impreca su quel corpo
E tutti osservano pallidi e sgomenti.
Il re pure di pietà il cor ristretto
È ad implorar suo figlio ch’abbia pace
Ma n’è impazzito quello e con sospetto
Torvo lo guarda con gli occhi di brace,
pieni d’odio, sì che la daga impugna
E tenta di colpirlo e non si dà pace,
Ma non lo prende ch' il pianto gli insugna
sì gli occhi e il core gli empie di follia
Che tanti danni pe’l genitor mugugna
Sulla testa dal ciel, ché “la sposa mia
hai ucciso, e pur me che son tuo figlio! “
Così il pugnale si ficca pien di follia
nel petto. E nel cader, l'amato figlio,
a lei s’avinghia, come un corpo solo
congiunti alfine in un feral giaciglio.
S'accascia Creonte e cade al suolo,
E Euridice cerca ma lei pien di sgomento
Come folle è corsa via pe'l gran duolo;
E disperata piange, ma il tormento
non sa regger più e con residue forze,
col ferro al ventre placa lo sgomento.
6/3/00
