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Sopra una conchiglia fossile: Giacomo Zanella

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Sopra una conchiglia fossile: Giacomo Zanella
Sopra una conchiglia fossile: Giacomo Zanella

Sullo scrittoio, come fermacarte, il Poeta tiene una conchiglia fossile, cioè pietrificata, raccolta da lui stesso sui monti Lessini, presso Vicenza.
Si tratta di un fossile che fu già guscio di un mollusco marino, vissuto in tempi remotissimi, centinaia di migliaia di anni avanti la comparsa dell'uomo, quando la Terra aveva un aspetto assai diverso dall'attuale: enormi vulcani vomitavano montagne di lava infuocata, colmando conche marine; vette infrante da spaventosi terremoti s'inabissavano nelle acque, mentre, sotto l'azione di fortissime spinte, fondi di mare s'innalzavano a costituire sterminati altipiani e catene di monti, tra le cui rocce, corallifere o calcaree, possiamo ancora trovare le tracce di una remotissima vita subacquea.
Meditando sulle tracce lasciate impresse dal corso dei secoli sul dorso della conchiglia, il Poeta ricostruisce, per rapidi potenti tratti, la vita antichissima della Terra, animando col calore della fantasia e del sentimento i dati della scienza; esorta l'uomo, ultimo essere apparso sulla Terra, a conoscere sempre meglio la dimora che Dio gli ha dato quaggiu, e lo incoraggia a nuove e piu importanti conquiste;
e conclude infine la sua lirica con un accenno al futuro destino della Terra, nell'universo regolato dall'imperscrutabile volere di Dio.

Nelle due ultime due strofe Giacomo Zanella si spinge con fervida e commossa fantasia a scrutare quella meta del mondo che Dio cela nel segreto della sua mente, a scrutare la sorte finale della Terra divenuta serena e tranquilla dimora di un'umanità felice. La Poesia raggiunge un'altezza che tocca il sublime.

















Poesia di Giacomo Zanella








Sopra una conchiglia fossile



















Sul chiuso quaderno
di vati famosi,
dal musco materno
lontana riposi,
riposi marmòrea
dell’onde già figlia,
ritorta conchiglia.


Occulta nel fondo
d'un antro marino,
del giovane mondo
vedesti il mattino;
vagavi co’ nàutili,
co’ mùrici a schiera,
e l’uomo non era.


Per quanta vicenda
di lente stagioni,
arcana leggenda
d’immani tenzoni
impresse volubile
sull niveo tuo dorso
de’ secoli il corso!


Noi siamo di ieri:
de l’Indo pur ora
su i taciti imperi
splendeva l’aurora;
pur ora del Tevere
a’ lidi tendea
la vela di Enea.


E’ fresca la polve
Che il fasto caduto
de' Cesari involve.
Si crede canuto,
appena a l’Artefice
uscito di mano,
il genere umano!


Tu, prima che desta
all’aure feconde,
Italia la testa
levasse da l’onde,
tu, suora de’ polipi,
de’ rosei coralli
pascevi le valli.



Riflesso nel seno
de' cèruli piani,
ardeva il baleno
di cento vulcani:
le dighe squarciavano
di pèlaghi ignoti
rubesti tremoti.


Nell’imo de’ laghi
le palme sepolte,
nel sasso de’ draghi
le spire rinvolte,
e l’orme ne parlano
de’ profughi cigni
sugli ardui macigni.


Pur baldo di speme
l'uom, ultimo giunto,
le ceneri preme
d’un mondo defunto:
incalza di secoli
non anco maturi
i fulgidi augùri.




Sui tumuli il piede,
ne’ cieli lo sguardo,
all’ombra procede
di santo stendardo;
per golfi reconditi,
per vergini lande
ardente si spande.




T’avanza, t’avanza,
divino straniero;
conosci la stanza
che i fati ti diero:
se schiavi, se lagrime
ancora rinserra,
è giovin la terra.


Eccelsa, segreta
nel buio degli anni,
Dio pose la meta
de' nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
su l’erta fatale
ascendi, mortale!


Poi, quando disceso
sui mari redenti,
lo Spirito atteso
ripurghi le genti,
e splenda de’ liberi
un solo vessillo
sul mondo tranquillo;


compiute le sorti,
allora de’ cieli
ne’ lucidi porti
la terra si celi;
attenda sull’àncora
il cenno divino
per novo cammino.




















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