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2012    
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Home Poeti Classici Poesie di Giosué Carducci Il Parlamento - Poesia di Giosué Carducci

Il Parlamento - Poesia di Giosué Carducci

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Giosu_Carducci

Il Parlamento -
da: «La canzone di Legnano»

Poesia di Giosué Carducci -

La lirica rievoca con sincera commozione i drammatici momenti vissuti dai Comuni italiani nella lotta contro i popoli germanici, guidati da Federico Barbarossa. A Legnano il 29 maggio del 1176 i Comuni lombardi vinsero: Il Carducci intendeva esaltare questa gloriosa pagina della nostra storia nella seconda parte, che rimase invece incompiuta.


Poesia di Giosué Carducci
Il Parlamento
I
Sta Federico imperatore in Como.

Ed ecco un messaggero entra in Milano

da Porta Nova a briglie abbandonate.

- Popolo di Milano, - ei passa e chiede,

f- atemi scorta al console Gherardo. -

Il consolo era in mezzo de la piazza,

e il messagger piegato in su l'arcione

parlò brevi parole e spronò via.

Allor fe' cenno il console Gherardo,

e squillaron le trombe a parlamento.
II
E squillarono le trombe a parlamento

ché non ancor resurto era il palagio

su’ gran pilastri, né l’arengo v’era,

né torre v’era, né alla torre in cima

la campana. Fra i ruderi che neri

verdeggiavan di spine, fra le basse

case di legno, ne la breve piazza

i milanesi tenner parlamento

al sol di maggio. Da finestre e porte

le donne riguardavano e i fanciulli.

In questa stessa adunanza, Alberto di Guissano, capitano della "Compagnia della Morte",  incita il popolo alla lotta, rievocando la tragica distruzione di Milano.

III
Signori milanesi, - il consol dice,

la primavera in fior mena tedeschi

pur come d'uso. Fanno pasqua i lurchi

ne le lor tane, e poi calano a valle.

Per l'Engadina due scomunicati

arcivescovi trassero lo sforzo.

Trasse la bionda imperatrice al sire

il cuor fido e un esercito novello.

Como è co' i forti, e abbandonò la lega.-


Il popol grida: - L'esterminio a Como.-

IV
Signori milanesi, il consol dice,

L'imperator, fatto lo stuolo in Como,

move l'oste a raggiungere il marchese

di Monferrato ed i pavesi. Quale

volete, milanesi? od aspettare

da l'argin novo riguardando in arme,

o mandar messi a Cesare, o affrontare

a lancia e spada il Barbarossa in campo?

a lancia e spada, - tona il parlamento,

A lancia e spada, il Barbarossa, in campo.


V
Or si fa innanzi Alberto di Giussano.

Di ben tutta la spalla egli soverchia

gli accolti in piedi al console d'intorno.

Ne la gran possa de la sua persona.

torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano

la barbuta: la bruna capelliera

il lato collo e l'ampie spalle inonda.

Batte il sol ne la chiara onesta faccia,

ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.

È la sua voce come tuon di maggio.

VI
Milanesi, fratelli, popol mio!

Vi sovvien» dice Alberto di Giussano

calen di marzo? I consoli sparuti

cavalcarono a Lodi, e con le spade

nude in mano gli giurar l'obedïenza.

Cavalcammo trecento al quarto giorno,

ed a i piedi, baciando, gli ponemmo

i nostri belli trentasei stendardi.

Mastro Guitelmo gli offerí le chiavi

di Milano affamata. E non fu nulla.-


VII

Vi sovvien  dice Alberto di Giussano

il dí sesto di marzo? Ai piedi ei volle

tutti i fanti ed il popolo e le insegne.

Gli abitanti venian de le tre porte,

il carroccio venía parato a guerra;

gran tratta poi di popolo, e le croci

teneano in mano. Innanzi a lui le trombe

del carroccio mandâr gli ultimi squilli,

Innanzi a lui l'antenna del carroccio

inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi.-

VIII
- Vi sovvien? dice Alberto di Giussano:

vestiti i sacchi de la penitenza,

co' piedi scalzi, con le corde al collo,

sparsi i capi di cenere, nel fango

c'inginocchiammo, e tendevam le braccia,

e chiamavam misericordia. Tutti

lacrimavan, signori e cavalieri,

a lui d'intorno. Ei, dritto, in piedi, presso

lo scudo imperïal, ci riguardava.

muto, col suo dïamantino sguardo. -
IX
Vi sovvien, - dice Alberto di Giussano,

che tornando a l'obbrobrio la dimane

scorgemmo da la via l'imperatrice

da i cancelli a guardarci? E pe' i cancelli

noi gittammo le croci a lei gridando

«O bionda, o bella imperatrice, o fida,

o pia, mercé, mercé di nostre donne! »

Ella trassesi indietro. Egli c'impose

porte e muro atterrar de le due cinte

tanto ch'ei con schierata oste passasse.
X
- Vi sovvien? dice Alberto di Giussano:

Nove giorni aspettammo; e si partiro

l’arcivescovo i conti e i valvassori,

Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,

Con le donne co' i figli e con le robe:

Otto giorni vi dà l’imperatore.

E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,

Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.

Via da la chiesa, con le donne e i figli,

Via ci cacciaron come can tignosi.
XI
Vi sovvien dice alberto di Giussano

La domenica triste de gli ulivi?

Ahi, passion di Cristo e di Milano!

Da i quattro Corpi santi ad una ad una

Crosciar vedemmo le trecento torri

De la cerchia; ed al fin per la ruina

Polverose ci apparvero le case

Spezzate, smozzicate, sgretolate,

Parean file di scheltri in cimitero.

Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti."
XII
Così dicendo Alberto di Giussano

Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,

E singhiozzava: in mezzo al parlamento

Singhiozzava e piangea come un fanciullo.

Ed allora per tutto il parlamento

Trascorse quasi un fremito di belve.

Da le porte le donne e dai veroni,

Pallide, scarmigliate, con le braccia

Tese e gli occhi sbarati al parlamento,

Urlavano — "Uccidete il Barbarossa".
XIII

- Or ecco, - dice Alberto di Giussano,

ecco, io non piango piú. Venne il dí nostro,

o milanesi, e vincere bisogna.

Ecco: io m'asciugo gli occhi, e a te guardando,

o bel sole di Dio, fo sacramento:

diman la sera i nostri morti avranno

una dolce novella in purgatorio:

e la rechi pur io!» Ma il popol dice:

 Fia meglio i messi imperïali.- Il sole

ridea calando dietro il Resegone.


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