Quando i genitori se ne vanno e la casa diventa finalmente il regno dei giovanissimi, ne possono accadere delle belle, come in questo divertente racconto.
L'autrice ha scelto la forma della "cronaca" e, per sottolineare gli aspetti comici della vicenda, utilizza un accorgimento particolare: a raccontare, infatti, non è lei stessa, ma suo figlio, il quale riferisce l'episodio dal suo punto di vista di adolescente.

di Brunella Gasperini
Dunque, era sabato grasso.
I miei genitori, come ho detto, non c'erano. La madre era via per una faccenda di ragazze guida, il padre a fare una gara di sci (fondo).
Vi può sembrar strano che un padre di figli grandi passi il week-end a fare gare di sci, ma era anche una rivalsa contro mia madre, capito? «Ah, tu parti?
Be', anch'io. Ah, tu torni domenica pomeriggio? Be', io domenica sera.»)
Prima di partire, sabato mattina, mia madre aveva appuntato in giro per la casa i suoi soliti cartellini (Portate fuori i cani. Hanno mangiato i gatti?
Non fate uscire gli uccelli. Bada a tua sorella.
CHIUDETE IL GAS). Mio padre, euforico com'è sempre prima di una gara di sci (dopo la gara meno) prima di andarsene mi aveva detto con insolita liberalità: «E carnevale, fate un po' quel che volete. Fa' venire chi ti pare: basta che lascino a casa gli strumenti».
È stato esaudito. Nessuno ha portato gli strumenti. Ognuno in compenso ha portato: mezzo chilo di spaghetti, o una scatola di pelati, o delle salsicce, o una bottiglia.
Non di acqua, intendo. Alle cinque del pomeriggio la casa era già piena.
Non so se capiti anche a voi, ma quando io organizzo un casino all'ultimo momento, specie se è carnevale o in altre occasioni di genere festereccio, molti hanno già qualche impegno, mezzo, o intero, per cui dicono: «ma, adesso vedo, se riesco a liberarmi, spero di farcela ma non garantisco», eccetera; così per andar sul sicuro, non solo invito tutti gli amici ma li esorto a invitare a loro volta altra gente eventuale, e così alla fine succede che: o vengono in pochissimi, o vengono in moltissimi. Stavolta sono venuti in moltissimi.
Amici intimi e amici di amici di amici di amici intimi.
La mia casa non è grande, e all'inizio c'è stato un po' di disagio, in quanto: a, non si sapeva dove sedersi (tutti in terra o sui letti); b, non si sapeva dove mettere i cappotti (pigne) orrende sugli attaccapanni e in ogni dove); c, gli intimi stentavano a ingranare coi non intimi e viceversa. Nonostante questo, non si sa come, c'era un gran baccano. E dopo un po', nonostante l'apparente incomunicabilità, eravamo tutti fratelli.
Da dire che nello studietto di mia madre funzionava, segretissimo, il bar dei superalcolici, e si sa come vanno i segreti in questi casi. .
Ricordo comunque, seppur non molto lucidamente, che: 1, abbiamo fatto un coro in camera mia e un altro in camera di mia sorella, con sottofondo di coperchi; 2, io e la Tessa ci siamo pestati, ma questo è normaIe; 3, la Peppa, nostra pastora bergamasca di temperamento emotivo, non si sa se per protesta o per attirare l'attenzione, ha rovesciato i due attaccapanni dell'anticamera e con l'aiuto del gigantesco figlioletto Tonto ha cominciato a trascinare cappotti e pellicce sotto il lavandino di cucina; 4, per dissuadere la Peppa dall'insano proposito senza peraltro mortificarla, il mio amico Tromba (il nome deriva dallo strumento che suona) le ha fatto ballare il tango: trascinata su due zampe nel vortice della danza, la Peppa guaiva svenevolmente, non si sa se per gratitudine o terrore, mentre i gatti rotolavano selvaggiamente nei cappotti esercitando le unghie e lasciando peli dappertutto; 5, il vicino di sotto ha picchiato con la scopa nel soffitto e quello di fianco coi pugni nel muro, ma mio padre aveva detto: basta che non suoniate gli strumenti, per il resto fate quel che volete. Noi rispettiamo gli ordini dei genitori. Onora il padre e la madre. Mica il vicino di sotto e di fianco. Tutto procedeva a gonfie vele.
Se non che mi ero dimenticato un piccolo particolare. Mia madre dice che c'è sempre un piccolo particolare che mi dimentico e che si rivela fatale. In questo caso, il particolare è che io non reggo molto bene l'alcool. Mica che ne avessi bevuto tanto, almeno non mi pare. Forse ho mischiato, non so. So che quando è stata l'ora di andare in massa in cucina a preparare il pranzo, di colpo le cose sono diventate estremamente confuse. Vedevo forme vaghe attorno a me. Sentivo voci vaghe che dicevano: è perché ha mischiato, forse ha preso freddo, ma su stai buono, potlategli del caffè, dategli il bicarbonato, fategli succhiare un limone; e vagamente mi chiedevo di cosa e di chi stessero parlando.
Dopo di che, non so più niente. Sapete cosa vuoI dire niente? Buio assoluto.
La Tessa mi ha poi raccontato che avevo la sbronza cattiva, che ero diventato litigioso e iracondo al massimo e somigliavo a mio padre tale e quale e insolentivo tutti e gridavo: «Fuori dai piedi tutti quanti! Incoscienti lavativi deficienti, uscite di casa mia! E chiudete il gas!».
Dice anche che ho pestato il mio amico Tromba che non mi aveva fatto niente, cioè ho cercato di pestarlo ma non ci sono riuscito perché sbagliavo la mira.
A me sembra impossibile aver detto e fatto cose del genere, ma tutti me l'hanno confermato.
In vino veritas, dicono.
Col cavolo. A parte che è stato il whisky e non il vino a fregarmi, quella non è mica la mia verità.
Comunque io non mi ricordo un accidente. Come fossi stato narcotizzato.
Quando sono emerso dalla narcosi, non so quanto tempo dopo, credevo di avere le traveggole, come si dice. Non credevo ai miei occhi.
La casa era zeppa, ma dico zeppa, di gente mai vista né conosciuta.
Ero sul divano nello studietto di mia madre, con la Tessa che mi metteva pezze bagnate sulla fronte, e tutt'intorno, tra i cani latranti e i gatti appollaiati sulle librerie e gli uccelli starnazzanti nelle gabbie, si pigiavano schiamazzando per la casa persone a me assolutamente nuove, ignote, e apparentemente uscite dal nulla. C'erano anche due negri e un giapponese. Non che io sia razzista, al contrario: mi chiedevo solo come fossero capitati lì.
«È un incubo?» ho chiesto sfregandomi gli occhi. La Tessa ha detto di no.
«Da dove sono usciti?» ho chiesto. Neanche la Tessa lo sapeva. Qualcuno doveva essere andato in giro a raccoglierli a caso. Ma chi? Non si sapeva.
In compenso gli amici e gli amici degli amici se n'erano andati quasi tutti.
Erano rimasti solo pochi intimi, per proteggere mia sorella e le bestie in quel frangente.
Li ho raggiunti con la Tessa in camera della Nicola. Avevano l' aria incavolata
«Tutto a posto?» ho chiesto con voce disinvolta, mentre la testa mi si spaccava in due.
I pochi intimi si sono guardati in giro: «tutto è fuori di posto» hanno detto. «Ma la cosa più fuori posto sei tu.»
C'è voluto un sacco di tempo e di fatica per mandar via tutta quella gente mai vista: «Ma come, è già finita?» dicevano. «Ma come! Se si cominciava appena adesso a divertirsi...»
Erano le cinque di mattina.
Per fortuna i pochi intimi sono pochi ma robusti.
Quando anche loro e la Tessa sono andati via, io mi sono messo a letto.
Sulla mia federa bianca qualcuno aveva scritto con un pennarello rosso, a caratteri cubitali: «CARPE DIEM»!. Beati loro. lo m'ero sbronzato e non avevo carpito né il giorno né la notte.
Ho tolto la federa e sono andato a buttarla nel cesto della biancheria; poi, chiedendo mi fino a che punto sia indelebile un pennarello, l'ho buttata nella pattumiera. Il pavimento della cucina era di un colore incredibile. La Nicola, chiusa in camera sua coi calli e coi gatti, non dava segno di vita.
Gli uccelli dormivano, sotto choc, nelle gabbie aperte.
Ero solo con la mia nausea e la mia emicrania a vagare in mezzo a quel casino, a guardare i cocci e gli spaghetti spiaccicati e le macchie di vino e di tutto seminate ovunque, per terra, sui mobili, sui divani, sui muri, tra gli ingenui cartellini di mia madre:
CHIUDETE IL GAS. Non fate uscire gli uccelli. Hanno mangiato i cani? Bada a tua sorella.
Quei cartellini mi hanno dato il colpo di grazia. Mi sono sentito un verme. Un verme con lo stomaco in subbuglio e un trapano in testa.
Ero stanco da sbatter via, ma l'idea del letto mi ripugnava, così mi son messo vagamente a far pulizia.
Scopavo qua e là, asciugavo, buttavo via, e avevo i conati, quando all'improvviso e comparsa la Nicola. Zitta, si capisce. Ma per niente sconvolta, in apparenza.
Con le maniche del pigiama rimboccate e un piccolo sorriso: non di cortesia, stavolta, ma di complicità. Come se dicesse: dài, balordo, le sbronze le prendono tutti.
Lei no, ovvio. Non ne ha mai prese e se ben la conosco mai ne prenderà.
Ma proprio per questo, la sua solidarietà mi è stata di enorme sollievo. Non è che lei sappia come si fanno le pulizie di casa, anzi non lo sa affatto, anzi credo di saperne di più io, ma è il pensiero
che conta.
Mi era di conforto anche l'idea che la camera dei miei genitori era rimasta intatta.
Niente macchie e letti sconvolti e Carpe diem là dentro.
L'avevamo chiusa a chiave prima dell'invasione, e avevamo nascosto la chiave al solito posto.
Tra la porta chiusa e le tapparelle abbassate, tutto era rimasto pulito, buio e tranquillo là dentro.
Anche la donna a ore, chiamata in soccorso verso le dieci del mattino ha detto la stessa cosa. Appena entrata per poco non le veniva un colpo, ma poi lavando, fregando e promettendo omertà, continuava a dire: «Fortuna che la camera dei signori è rimasta chiusa», e questo sembrava consolarla in tanta sventura domenicale.
Così, quando nel pomeriggio è tornata mia madre, tutto appariva circa a posto.
La madre entra, ci saluta, saluta cani gatti uccelli, dà un'occhiata casuale in giro, annusa leggermente l'aria, e dice:
«Cos'avete fatto, ieri?»
Guardo mia sorella: so che non mi tradirà. Non si tratta di dire bugie, cosa che riesce malissimo a tutta la famiglia, si tratta solo di "non" dire tutta la verità. Non è difficile.
«Oh, il solito» dico. Avevamo fatto anche il solito, dopo tutto.
Mia madre mi guarda, guarda mia sorella, poi dice: «Pulite via quella macchia di vino dal muro.
Tra due ore sarà qui vostro padre, meglio che non la veda», e se ne va verso la sua camera senza aggiunger motto.
Dico, era una macchia grande come una pulce, e mia madre è miope e distratta.
Ma lei le cose mica le vede, le capta. Ha il radar, mia madre.
La sento aprire la porta della sua camera. La sento accendere la luce, muovere qualche passo, fermarsi. Poi sento la sua voce, quieta:
«Per piacere, Maurizio, vuoi togliere questa roba dal mio letto prima che arrivi tuo padre?».
Dal suo letto? Accorro, e resto secco.
La "roba" in questione è il mio amico Tromba: addormentato come un cherubino nel letto di mia madre, ben infilato tra le lenzuola coi calzoni la giacca le scarpe e tutto. Madonna.
Come forse si intuisce, neanche lui regge molto bene l'alcool.
Per di più, essendo un intimo, conosce il nascondiglio della chiave.
Madonna. Dormiva Il da ventiquattr'ore all'incirca e nessuno se n'era accorto.
«Devo essermi appisolato» ha detto con un bel sorriso, svegliandosi.
Prima di appisolarsi, comunque, aveva fatto in tempo a dar di stomaco.
Sulla poltrona di mia madre.
«Era l'unico posto tranquillo» si è scusato con un altro bel sorriso.
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