
Poesia sui gatti -
di Tommaso Della Torre -
I gatti -
Freddolosi e indolenti, accanto al focolare
sembrano vegliare in un sopore eterno
guardinghi e muti.
A volte, sopra un muro,
prendono fissi i gravi atteggiamenti
delle Sfingi accosciate nei deserti:
sapienti antichi cui veder sia dato,
prima che avvenga ancora, ogni ventura,
e ponderarla distaccati e freddi.
I nomadi pensieri e l'invisibile
che aleggia intorno a noi scorge per certo
lor vivida pupilla, ed impassibili
stanno a guardare ciò che sanno eterno
e inutile tormento.
Ma quando vien la notte
famelici d'ebrezza vanno ardenti
a vellutati passi
a ricercar sinuosi orride tenebre:
sprizzano gli occhi elettriche faville.
Il gatto è certamente l'animale che più ha colpito la fantasia dei popoli antichi, alcuni dei quali come è noto - giunsero al punto di divinizzarlo e di venerarlo come un essere superiore, forse perché lo vedevano dotato di qualità che altri, e l'uomo stesso, non hanno (come la capacità di veder nel buio e di muoversi fulmineo e silenzioso) e per gli atteggiamenti di solennità e di imperturbabilità che a volte assume.
La poesia che abbiamo letto lo coglie in tre suoi aspetti diversi e fra loro contrastanti, tali per cui sembra che abbia veramente una molteplice natura, come anticamente si favoleggiava: quello indolente del sopore in cui ama raccogliersi accanto al focolare; quello austero e fisso, come di
una sfinge, proprio di chi tutto vede (anche ciò che di invisibile si aggira intorno a noi), tutto prevede e tutto giudica vano, guardando distaccato e freddo ciò per cui gli altri si agitano e si affannano; e infine quello per cui anche lui, quando scendono le tenebre, si fa partecipe della vita e degli eterni fermenti della natura.
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