VI
La Coltura
Non de' cantati secoli
Invidio i giorni aurati;
Purchè tu il voglia, vivere
Potremo i dì beati.
Tu m'ami, io t'amo; un docile
Legame ambo ci annoda;
Tu me non credi instabile,
Da te non temo io froda.
Così gioìa con Melide
Il Pastorello un giorno
Che per sentiero incognito
La trasse a rio soggiorno.
Ma deh! ch'il puoi, l'imagini
Lascia di moda, e ognora
Sol di piacer desidera
A chi solo t'adora.
Bella tu sei, più candida
Non fia che tu sia mai,
S'anco ti desse Cinzio
I fulgidi suoi rai.
D'Amor, di Fé, di Venere
Antica è pur la face,
Ma nuova è ancor che amabile,
E nuovo è ciò che piace.
Mentre, il cantor di Cinzia
Seco ad amar l'invita,
Le dice: Amor è semplice,
Odia beltà mentita.
Negletta è ver, ma lucida
La chioma è di Nerea;
Tu incolta sembri Pallade,
Colta non sembri Dea.
Cresce la rosa, e innostrasi
Fresca da sè soltanto;
Più dolce è senza artefice
Degli augellini il canto.
Pari alla Dive olimpie
Elena ergea la chiome,
Ma ognor fra gli anni d'Elena
Vive esecrato il nome.
Non perch'io tema o tenera
Amica, di tua fede;
In sì bel volto ingenuo
La purità risiede.
Risiede sì; ma candida
Di fregio altro non cura:
Ed ha ragion, ché vendica
I dritti suoi natura.
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