In Italia l'interprete più autentico delle tematiche simboliste e decadenti è stato Giovanni Pascoli.
Nella sua opera è vivo e presente il senso più profondo della crisi che attanaglia l'uomo post-risorgimentale: finite le certezze, crollati i miti, spentesi le speranze (gli ideali illuministi, il progresso scientifico, il socialismo e la democrazia), Pascoli si ripiega in se stesso e riflette sul mistero presente nell'universo, che la scienza non è stata capace di scoprire; a penetrare nei segreti più riposti delle cose è più utile l'opera della poesia, che vede ciò che ad altre forme di conoscenza non è dato vedere. Quello di Pascoli è un ripiegamento in se stesso alla ricerca di ciò a cui la scienza e la politica non avevano potuto condurlo: la comprensione della natura, delle sue trame misteriose, dei suoi simboli, delle sue magiche relazioni.
In quest'operazione Pascoli rinnova il linguaggio poetico, lo libera dalle regole della tradizione ottocentesca e lo proietta in una dimensione europea verso il nuovo secolo, dove troverà estimatori e imitatori.
La poesia è tratta da Myricae, una raccolta il cui titolo latino significa «tamerici», bassi arbusti con fiori color rosa comuni nei nostri campi;
Pascoli fa delle tamerici il simbolo di una poesia delle piccole cose, che canta i colori, gli odori, i sapori stessi della campagna.
Di fronte al mistero del mondo e dell'uomo e alle tante domande a cui non si trova risposta, di fronte allo smarrimento provato, il poeta trova rifugio nella semplicità
del mondo rurale.
La lirica per esempio, descrive una scena campestre umile e semplice come quella dell'aratura, che viene resa attraverso le impressioni individuali del poeta, attento a percepire i colori e i rumori della campagna:
su tutta la scena domina un senso di gioia, reso visivamente dal rosso di qualche superstite foglia di vite e uditivamente dal trillo argentino del passero e del pettirosso; il tutto in un linguaggio di registro alto è ricercato, cui non è certo estraneo l'amore
del poeta per la cultura del mondo classico.
Arano
Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattina fumare,
arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra pazIente;
ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s'ode -
il. suo sottil tintinno come d'oro.
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