Uno dei testi più densi e più puri sugli anni del nazismo in Germania
dal romanzo di Fred Uhlman
L'amico ritrovato
L'amico Konradin
Due ragazzi sedicenni frequentano la stessa scuola nella Germania del 1933, subito dopo la salita al potere di Hitler:
Uno dei due ragazzi, Hans, è figlio di un medico ebreo, l'altro, Konradin, appartiene a una famiglia aristocratica, filonazista.
Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrbbbe dovuto dIventare mio amico, ma non ebbI dubbi sul fatto che, prIma o poi, lo sarebbe diventato.
Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici.
Nella mia classe non c'era nessuno che potesse rispondere all'idea romantica! che avevo dell'amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita.
I miei compagni mi sembravano tutti, chi più chi meno, piuttosto goffi, degli svevi sani, insignificanti, privi di immaginazione.
Nemmeno ,gli appartenenti al "Caviale" facevano eccezione.
Erano due ragazzI simpatici e io andavo abbastanza d accordo con tuttI.
Ma così come non ero animato da particolari simpatie nei confronti di nessuno, nemmeno loro sembravano attratti da me:" Non andavo mai a casa loro né loro venivano mai a trovare me.
Un altro motivo della mia freddezza, forse, era che avevano tutti una mentalità estremamente pratica e sapevano già cosa"
Avrebbero fatto. nella vita, chi l'avvocato chi l'ufficiale, chi l'insegante, chi il pastore, chI Il banchIere. lo, Invece, non avevo alcuna idea dI ciò che sarei diventato, solo sogni vaghi e delle aspirazioni ancora più fumose.
Volevo viaggiare; questo era certo, e un giorno sarei stato un grande poeta.
Tutto ciò che sapevo, allora, era che sarebbe diventato mio amico.
Non c'era niente in lui che non mi piacesse. In primo luogo il suo nome glorioso che lo distingueva ai miei occhi da tutti gli altri, von compresi.
Poi il portamento fiero, i suoi modi, la sua eleganza, la bellezza del suo aspetto
rivolto la parola e io ero ben deciso a fare il possibile perché non fosse l'ultima.
Tre giorni dopo, il quindici marzo - una data che non dimenticherò più stavo tornando a casa da scuola.
Era una sera primaverile, dolce e fresca.
I mandorli erano in fiore, i crochi avevano già fatto la loro comparsa, nel cielo - un cielo nordico in cui indugiava un tocco italiano si mescolavan il blu pastello e il verde mare. Davanti a me vidi Hohenfelsl; pareva esitare come se fosse in attesa di qualcuno. Rallentai - avevo paura di oltrepassarlo ma dovetti comunque proseguire perché sarebbe stato ridicolo non farlo e lui avrebbe potuto fraintendere la mia indecisione. L'avevo quasi raggiunto, quando si voltò e mi sorrise.
Poi, con un gesto stranamente goffo ed impreciso, mi strinse la mano tremante.
«Ciao, Hans,» mi disse e io all'improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia.
Non ricordo più ciò che mi disse quel giorno, né quello che gli dissi io.
Tutto quello che so è " che, per un' ora, camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi.
E tuttavia io sentivo che quello era solo l'inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuota e triste, ma ricca e piena di speranza per entrambi.
Quando infine lo lasciai, percorsi in un batter d'occhio la strada che mi separava da casa. Ridevo, parlavo da solo, avevo voglia di piangere, di cantare e trovai ben difficile non rivelare ai miei genitori la mia felicità, non dire loro che la mia vita era cambiata, che non ero più un mendicante, ma tutt'a un tratto ero diventato una specie di Creso.
Uno dei due ragazzi, Hans, è figlio di un medico ebreo, l'altro, Konradin, appartiene a una famiglia aristocratica, filonazista.
Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrbbbe dovuto dIventare mio amico, ma non ebbI dubbi sul fatto che, prIma o poi, lo sarebbe diventato.
Fino al giorno del suo arrivo io non avevo avuto amici.
Nella mia classe non c'era nessuno che potesse rispondere all'idea romantica! che avevo dell'amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita.
I miei compagni mi sembravano tutti, chi più chi meno, piuttosto goffi, degli svevi sani, insignificanti, privi di immaginazione.
Nemmeno ,gli appartenenti al "Caviale" facevano eccezione.
Erano due ragazzI simpatici e io andavo abbastanza d accordo con tuttI.
Ma così come non ero animato da particolari simpatie nei confronti di nessuno, nemmeno loro sembravano attratti da me:" Non andavo mai a casa loro né loro venivano mai a trovare me.
Un altro motivo della mia freddezza, forse, era che avevano tutti una mentalità estremamente pratica e sapevano già cosa"
Avrebbero fatto. nella vita, chi l'avvocato chi l'ufficiale, chi l'insegante, chi il pastore, chI Il banchIere. lo, Invece, non avevo alcuna idea dI ciò che sarei diventato, solo sogni vaghi e delle aspirazioni ancora più fumose.
Volevo viaggiare; questo era certo, e un giorno sarei stato un grande poeta.
Tutto ciò che sapevo, allora, era che sarebbe diventato mio amico.
Non c'era niente in lui che non mi piacesse. In primo luogo il suo nome glorioso che lo distingueva ai miei occhi da tutti gli altri, von compresi.
Poi il portamento fiero, i suoi modi, la sua eleganza, la bellezza del suo aspetto
rivolto la parola e io ero ben deciso a fare il possibile perché non fosse l'ultima.
Tre giorni dopo, il quindici marzo - una data che non dimenticherò più stavo tornando a casa da scuola.
Era una sera primaverile, dolce e fresca.
I mandorli erano in fiore, i crochi avevano già fatto la loro comparsa, nel cielo - un cielo nordico in cui indugiava un tocco italiano si mescolavan il blu pastello e il verde mare. Davanti a me vidi Hohenfelsl; pareva esitare come se fosse in attesa di qualcuno. Rallentai - avevo paura di oltrepassarlo ma dovetti comunque proseguire perché sarebbe stato ridicolo non farlo e lui avrebbe potuto fraintendere la mia indecisione. L'avevo quasi raggiunto, quando si voltò e mi sorrise.
Poi, con un gesto stranamente goffo ed impreciso, mi strinse la mano tremante.
«Ciao, Hans,» mi disse e io all'improvviso mi resi conto con un misto di gioia, sollievo e stupore che era timido come me e, come me, bisognoso di amicizia.
Non ricordo più ciò che mi disse quel giorno, né quello che gli dissi io.
Tutto quello che so è " che, per un' ora, camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi.
E tuttavia io sentivo che quello era solo l'inizio e che da allora in poi la mia vita non sarebbe più stata vuota e triste, ma ricca e piena di speranza per entrambi.
Quando infine lo lasciai, percorsi in un batter d'occhio la strada che mi separava da casa. Ridevo, parlavo da solo, avevo voglia di piangere, di cantare e trovai ben difficile non rivelare ai miei genitori la mia felicità, non dire loro che la mia vita era cambiata, che non ero più un mendicante, ma tutt'a un tratto ero diventato una specie di Creso.
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