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La vita e il pensiero di Francesco Guicciardini

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La vita e il pensiero di Francesco Guicciardini
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Guicciardini ha scritto La Storia d'Italia -


Francesco Guicciardini nacque da nobile famiglia nel1483, a Firenze.
A quindici anni, dopo avere appreso gli elementi del latino, del greco, delle matematiche, intraprese lo studio del diritto canonico e civile presso l'università di Firenze e in seguito in quelle di Ferrara e di Padova, con tale profitto che nel 1505 era già lettore di istituzioni di diritto civile a Firenze, alcuni mesi prima di conseguire la laurea.
Nel 1506 iniziò, con brillantissimo successo, la carriera forense e due anni dopo, vincendo l'ostilità del padre, sposò Maria Salviati, discendente da una famiglia di antica nobiltà, ma, in quel momento, in disgrazia presso la Repubblica Fiorentina; questo matrimonio coincideva con l'ormai decisa
affermazione di una vocazione politica, che doveva ben presto concretarsi
in una rapida e fortunata carriera; e indicava la predilezione del Guicciardini per un reggimento di tipo aristocratico nella sua città.
Nello stesso anno cominciò a scrivere le Storie fiorentine, un'opera storica, ma anche di critica politica militante, che non venne però da lui pubblicata, come
nessun'altra delle sue numerose opere.
Nel 1511, Pier Soderini lo nominava ambasciatore della repubblica presso
Ferdinando il Cattolico, in Spagna. Vi rimase tre anni, dato che i Medici, ritornati, nel frattempo, al potere a Firenze, lo confermarono in quell'ufficio, sapendolo loro amico. Quest'ambasceria fu un'esperienza fondamentale: egli poté studiare da vicino la personalità notevole di quel re abilissimo, assistere allo sviluppo irresistibile di una potenza che tanta importanza doveva acquistare nella storia d'Italia e d'Europa, e soprattutto osservarne la politica formalmente corretta, ma intimamente spregiudicata, fondata su una diplomazia sottile e astuta, di cui egli sarà nelle sue opere il teorizzatore.
Ritornato a Firenze, passò, poco dopo, al servizio di papa Leone X, che lo nominò governatore di Modena e, successivamente, di Reggio e Parma.
Nel 1921 fu commissario dell'esercito papale in Lombardia, e mostrò notevoli doti di coraggio e di fermezza, difendendo vittoriosamente Parma assediata dai Francesi. Il successore di Leone X, Clemente VII (anch'egli della famiglia dei Medici), lo nominò presidentè della Romagna, una regione che nominalmente era sotto il dominio della Chiesa, ma in realtà era dominata dalle fazioni locali.
Anche qui, il Guicciardini si rivelò uomo di governo energico e capace, ispirando là sua azione a una concezione dello stato come entità effettivamente sovrana e ristabilendo l'ordine sebbene dovesse combattere non solo contro signorotti violenti e senza scrupoli, ma contro la stessa curia romana, nella qllale essi riuscivano a trovare altolocate protezioni.
Contemporaneamente continuava l'attività di pensatore e di scrittore, come per
chiarire a se stesso le ragioni del proprio agire e condensare nelle sue pagine la lezione dei fatti.
Già a Logrogno, in Spagna, aveva scritto un Discorso (1512), nel quale delineava quella che, a suo avviso, era la costituzione piu adatta per Firenze; ora compone, sullo stesso argomento, il Dialogo del reggimento di Firenze, nel quale tenta di conciliare le tradizioni repubblicane della sua città, interpretate in senso aristocratico, con la preminenza dei Medici.
Nel 1526 fu tra i principali fautori della lega di Cognac, cioè di un'alleanza degli stati italiani, timorosi dell'eccessiva potenza acquistata dalla Spagna, coi Francesi; fu anzi nominato dal papa luogotenente generale dell'esercito pontificio.
Ma gli eventi precipitarono: il Guicciardini, anche perché impedito nella sua azione dal carattere irresoluto del pontefice, non riuscl ad attuare una politica decisa, né a impedire l'orrendo saccheggio di Roma, perpetrato nel '27 dalle truppe tedesche e spagnuole. Questo fatto segnò il crollo della sua fortuna politica: fu sin troppo facile ai suoi avversari scaricare su di lui pesanti responsabilità.
Frattanto i Medici erano di nuovo cacciati da Firenze, dove veniva restaurata la Repubblica, e il Guicciardini, inviso al nuovo governo, si ritirò nella sua villa di Finocchieto, ove rimase per circa tre anni.
Fu questo un periodo di meditazioni intense, di acuto ripensamento della propria esperienza politica, mediante il quale s'allentò la tensione angosciosa della sconfitta e cominciò quel cammino dalla vita attiva alla contemplazione storica, che caratterizzerà gli ultimi anni della sua vita.
In questi anni rielaborò in forma definitiva i suoi Ricordi e scrisse una
Consolatoria, rivolta a se stesso, una Accusatoria, in cui formulava le accuse che gli potevano venir rivolte, e una Defensoria, in cui le confutava.
Frattanto Clemente VII si stava riconciliando con Carlo V, pur di riavere Firenze per la propria famiglia.
Il Guicciardini, timoroso per le sorti della sua città, si adoperò per ottenere dal papa miti condizioni di pace; ma la Repubblica respinse violentemente il suo tentativo, gli confiscò i beni e si apprestò alla difesa eroica e disperata contro il pontefice e la Spagna che terminò con la disfatta del 1530.
Il Guicciardini, rientrato a Firenze, ebbe nuovi incarichi dal papa, fu anche a fianco di Alessandro de' Medici, proclamato duca di Firenze e si recò con lui, nel 1536, a Napoli, per difenderlo, davanti a Carlo V, dalle accuse dei fuorusciti fiorentini.
Poco dopo, quando Alessandro fu ucciso, caldeggiò la elezione di Cosimo, del quale però non riuscl ad ottenere la fiducia.
Si ritirò allora in una sua villa ad Arcetri, dove si dedicò completamente alla stesura della sua opera piu grande, la Storia d'Italia.
Mori nel 1540.
Il pensiero.
Il pensiero
del Guicciardini si fonda, inizialmente, su presupposti analoghi a quelii del Machiavelli: anche per lui l'uomo singolo, con le sue azioni e passioni, è il motore della storia, anche per lui lo studio dei rapporti umani va rivolto esclusivamente al campo delle vicende politiche e gl'interessi morali e religiosi rimangono decisamente in secondo piano.

Anch'egli, infine, parte dall'amara constatazione che gli uomini si lasciano per lo più traviare dalle passioni, e proprio questo sfrenarsi continuo di cupidigie e meschini egoismI nella trama complessa e spesso caotica della vita associata, sulla quale si stende, per giunta, l'ombra greve della Fortuna, impone la ricerca spregiudicata e lucida di una norma d'azione, che sia tale da garantire all'individuo la sopravvivenza e l'affermazione  nel mondo.
Qui però si arrestano le somiglianze fra i due pensatori.
Il Machiavelli, infatti, pur partendo da codesta visione amara dell'uomo e del limite invalicabile opposto  al suo agire dalla Fortuna, crede tuttavia nello stato come
costruzione razionale e umana, trova in esso una superiore moralità, si sforza, infine, di ridurre il complesso degli eventi a norme generali e costanti, che possano costituire il fondamento di una virtù attiva ed energica.
La meditazione del Guicciardini parte, invece, dal riconoscimento amaro
dell'incapacità, da parte del singolo, di riuscire a modificare il corso degli
eventi e di ridurli in schemi razionali.
C'è in lui la coscienza di un'estrema complessità del reale, che non si lascia esaurire da nessuna formula.
Vano è dunque pretendere di stabilire norme e leggi generali d'azione, dato che
una realtà sempre imprevedibile sconvolge gli schemi in cui vorremmo
costringerla.
Alla virtù del MachiavelIi, egli sostituisce pertanto la discrezione, che è la capacità di comprendere e sviscerarce i fatti singoli nelle loro infinite sfumature, per poter inserire la propria azione nel loro corso tumultuoso, senza venirne travolti, salvando il proprio particulare, cioè il proprio interesse, inteso nel senso piu ampio di decoro, di dignità, di realizzazione piena delIa propria intelligenza e capacità di agire in favore di se stessi e dello stato.
Manca comunque al Guicciardini la fede in un ideale che superi l'immediata sfera individualistica, e questo rende la sua visione della vita scettica e, a volte, amara e gelida, anche se non priva di un vago rimpianto per gli ideali umanistici e cristiani, e tristemente consapevole della vanità finale di ogni soddisfazione umana.
Si può in certo modo affermare che, nel suo pensiero, la Fortuna vinca la virtù, e la fiduciosa affermazione rinascimentale della capacità costruttiva dell'uomo nel
mondo appaia ormai in netto declino.
Questo atteggiamento deriva dalla sua concreta esperienza.
Egli rimase l'ambasciatore, il diplomatico fine, abituato a svolgere e a tentar di interpretare, con lucida intelligenza e un costante ritegno dei propri impulsi
e sentimenti, fa trama complessa della politica.
La sua carriera di governo gli insegnò il realismo, ma anche il senso del compromesso e della forza inoppugnabile dei fatti, ai quali le teorie andavano applicate con una cautela estrema, non ignara di rinunce.
Il Guicciardini, insomma, non è l'ideologo, l'uomo di princìpi, ma uno spirito lucido e intelligente, volto all'azione in un momento in cui essa non era, né poteva essere, in Italia o nello stato pontificio, guidata da alti principi ideali o da entusiasmi.
Si tenga presente, infine, che egli scrive la Storia d'Italia, cioè la sua opera più grande, dopo il tramonto definitivo della libertà italiana e l'affermazione decisa del predominio spagnolo sulla Penisola; quando cioè le sorti dell'Italia apparivano definitivamente concluse e senza speranza di evoluzione.
Di questa situazione il Guicciardini fu lo storico lucido e accorato, il testimone consapevole della crisi di una civiltà.
Sulla tragedia della libertà italiana innalzò il funebre lamento della sua Storia, espressione altissima di intelligenza, di capacità critica e di giudizio realistico e spregiudicato, secondo il migliore insegnamento rinascimentale; ma anche ultimo monumento, e senz'altro il più maturo e profondo, di una storiografia umanisticamente concepita, scritta mentre ormai veniva meno la fiducia nell'uomo.

La vita e il pensiero di Francesco Guicciardini
 

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