
Biografia di Gabriello Chiabrera -
Gabriello Chiabrera nacque a Savona nel 1552, ma fu educato nel collegio dei Gesuiti a Roma, sotto la protezione di un fratello del padre.
La sua formazione culturale fu perciò soprattutto basata sulle letterature classicbe, e conobbe ed amò i poeti greci e latini.
Morto lo zio (1572), si pose dapprima al seguito del cardinale Cornaro, ma fu presto costretto a lasciare Roma per una vendetta che vi aveva compiuta, e a ritirarsi a Savona.
Carattere impetuoso, dové presto allontanarsi anche dalla patria per altre brighe incontratevi, né vi ritornò se non nel 1581.
Da allora la sua residenza preferita fu appunto la sua Savona, dove ebbe cariche civili e ottenne stima ed onori.
Ma quella residenza egli abbandonò spesso, perché, caro ai granduchi di Toscana, ai Gonzaga di Mantova, a Carlo Emanuele I di Savoia, che gli inviavano doni e stipendi pure non obbligandolo a dimorare nella corte, ebbe ugualmente occasione di visitare questi suoi protettori e di viaggiare per varie parti d'Italia. Solo nel 1632 si fermò decisamente in patria, raccolto nel sereno amore della poesia, e vi mori alcuni anni dopo (1638), quando già la sua fama era ofmai ben radicata.
La produzione del Chiabrera fu assai ampia e varia. Cominciò con versi d'amore, ma già nel 1582 pubblicò un poema, la Gotiade, a cui ne seguirono altri, la Firenze (1615), in onore dei granduchi di Toscana, l'Amadeide (1620) in esaltazione della Casa di Savoia.
Numerosi furono i suoi poemetti, di argomento sia sacro che profano, e notevoli i Sermoni orazianamente moraleggianti che venne componendo negli anni della vecchiaia.
Anche ci ha lasciate non poche pagine di prosa, fra cui spiccano, per il loro interesse, le Lettere, e l'Autobiografia
Ma tutta questa sua abbondante produzione, interessante come documento del gusto e delle inclinazioni sue e della lettératura del suo tempo, non ha d'altra parte alcun valore per chi cerchi ed ami la poesia.
Anche i suoi contemporanei e i critici che in seguito gli sono stati ancora benevoli,
hanno rivolto lo sguardo, non già a queste composizioni, ma alle sue odi pindariche e alle sue canzonette anacreontiche.
Egli stesso, quasi in antitesi all' indirizzo del secolo, sostenne di aver voluto
« chiamare la gioventù all'antico Parnaso », nutrirla, cioè, dei modelli greci e latini. E di questo appunto lo lodò il Foscolo, che gli fu giudice benigno, quando scrisse che «( primo il Chiabrera ritrasse la poesia lirica a' suoi principi ».
Il Chiabrera s'era proposto a modello il greco Pindaro, di cui era entusiasta ammiratore, e sul suo esempio compose infatti parecchie odi, ripetendone i periodi metrici, e cantando anch'egli eroiche imprese e gare agonistiche.
Cosi celebrò la vittoria di Emanuele Filiberto a S. Quintino, Enrico Dandolo vittorioso su Costantinopoli, Francesco Gonzaga trionfatore al Taro, e il giuoco del pallone in Firenze.
Ma queste odi, sostenute e solennemente oratorie, non sono neppure esse poesia, tutte « indirizzate all'effetto e non al raccoglimento e all' interiore visione» Né ciò avviene; perchè il Chiabrera assai più che il testo di Pindaro, abbIa avuto dinanzi le imItaziom che già altrI ne avevano tentato, ma per il motivo essenziale che dentro di luI non v'era nulla di pindarico e di eroico, e il timbro della sua poesia sentiva di barocco e non di greco.
Come quando a Carlo Emanuele, conquistatore di Saluzzo, egli scriveva di essere mtento a sferzare « il carro delle Muse Tutto carco de' Buoi pregi».
Né diverso giudizio può darsi, in conclusione, delle sue molte odicine
o canzonette anacreontiche.
In esse, alla sostenutezza si sostituisce la semplicità, alle intenzioni sublimi un dolce e molle bamboleggiare: ma la povertà interiore rimane immutata.
Pure, queste canzonette destano nello studioso della nostra letteratura un non lieve interesse, sia per la grande varietà metrica in cui si adagiano, sia anche, e più, per quel loro caratteristico sciogliersi dai valori logici e rifugiarsi nella morbidezza e dolcezza dei suoni, quasi le parole e i pensieri e le immagini si stemperino interamente in accordi musicali.
Una tendenza, questa, già notata nel Tasso, specialmente nei suoi madrigali, e che vedrete trionfante nella prima metà del Settecento, quando il Metastasio e il Rolli sentiranno la poesia come canto, sospiro, melodia musicale.
Il valore del Chiabrera è forse tutto qui, in questo suo rappresentare un'inclinazione, un orientamento della nostra produzione letteraria.
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